SUN/SATURN: IL BLOG DI CLAUDIA SALVATORI
Diario. Autobiografia. Pensieri sparsi e riflessioni. Esperienze di vita e scrittura. Sogni e incubi. Visioni. La quadratura del Sole con Saturno nel mio tema natale mi rende consapevole delle dualità: Vita/Morte, Luce/Tenebra, Bene/Male.
martedì 14 maggio 2013
spazio amici 10 - intervista a Erica Arosio e Giorgio Maimone
Ho intervistato Erica e Giorgio in occasione dell'uscita del loro romanzo Vertigine, Dalai editore, 505 pagine, 15, 90 euro. Qui di seguito trovate i testi di copertina, le note biografiche degli autori e l'intervista.
Una morte sospetta, un'avvocatessa che vuole vederci chiaro, un detective proletario e comunista
col passo elastico dell'ex pugile. Un ricco avventuriero che conosce i segreti dell'alchimia.
Ricordi che affiorano come incubi e ricompongono la memoria.
Né Scerbanenco, né Victoro Hugo, ma la voglia di un'inedita coppia di autori
di rivisitare il feuilleton e raccontare la Milano che fu.
Lampadine da venti candele nelle case buie, una nebbia perenne che impregna di nero i palazzi, le palestre di boxe, dove i ragazzi bene fanno a pugni con gli esponenti della «ligera», la mala milanese, le bische di periferia e l’ippodromo, le passioni politiche salde su opposte barricate e il Boom economico in arrivo, mentre il ricordo della guerra sale dalla polvere delle macerie agli angoli delle strade.
Nella Milano del febbraio 1958, in uno degli inverni più freddi del secolo, si muove Greta Morandi, avvocato penalista e donna dalla doppia natura, spavalda in Tribunale, spaventata in amore, con il suo assistente-investigatore Marlon, al secolo Mario Longoni, ex pugile, ex partigiano, proletario e comunista. Sconvolge il quadro l’arrivo in città di Tom Dubini, rampollo borghese e avventuriero di lungo corso.
Fra di loro si gioca la partita a scacchi di una morte misteriosa, con comprimari di lusso: un’antiquaria con la passione per le perle scaramazze; una ragazza bella come Brigitte Bardot che vuole vendicare la morte dell’amante; un commissario che assomiglia a Pietro Germi e sa molto di più di quello che racconta; un siciliano che ha la capacità di presenziare senza che nessuno si accorga mai di lui.
La città non resta a guardare. Si insinua nei frammenti dei discorsi, nei riti dei pranzi domenicali e dei cinema pieni di fumo, tra botteghe d'epoca e quartieri spariti per far largo al progresso. Milano e le sue portinaie, le belle commesse della Rinascente, le maitresses delle case di piacere che la legge Merlin, varata proprio nei giorni in cui si svolge la vicenda, chiuderà. Milano col suo dialetto un po' aspro e quell'aria casuale di chi è capitato per caso, ma su quel caso ci vuole scommettere tutto. Sullo sfondo, la reale fauna dell'epoca: Enzo Jannacci, Dario Fo, Luciano Bianciardi, Giorgio Strehler, Uliano Lucas, Giorgio Gaber, Fontana, Pietro Manzoni, i fermenti delle notti al Bar Jamaica e la banda delle tute blu della rapina di via Osoppo. Tra giallo e feuilleton, una storia sospesa tra passato e presente, mentre i ricordi, sogno e incubo, affiorano pagina dopo pagina. Scerbanenco, Hitchcock o Victor Hugo? Un poco di tutti e tre, ma soprattutto la voglia di un'inedita coppia di autori di rivisitare il feuilleton e raccontare la Milano che fu.
Erica Arosio, milanese, pariniana orgogliosa, laureata in Filosofia, è giornalista del settimanale «Gioia», dove si occupa di cultura e spettacolo. Smodata spettatrice, è critico cinematografico (per molti anni ha curato la rubrica cinema di Radio Popolare) e autrice di una biografia su Marilyn Monroe (1989). Ha collaborato a varie testate, fra cui «la Repubblica», «Il Giorno», «Cineforum», «Rockerilla», «Segnocinema» e a trasmissioni televisive e radiofoniche. Nel marzo 2012 ha pubblicato il suo primo romanzo, L’uomo sbagliato (La Tartaruga) che è arrivato alla quarta edizione.
Giorgio Maimone, milanese, berchettiano irriducibile, laureato alla scuola della vita, è stato caporedattore del «Sole 24 Ore» per oltre 30 anni. Ha lavorato in teatro, ha diretto la prima radio libera della sinistra milanese, Radio Canale 96 e, in seguito, Radio Regione. Ha fondato e dirige il portale della canzone d’autore La Brigata Lolli (www.bielle.org), ha lavorato sulle reti Mediaset come ideatore e autore di programmi. Si occupa di recensioni librarie e discografiche per il settimanale «Gioia». Culturalmente onnivoro.
D: Il romanzo è un prisma che riflette e metabolizza diversi generi: giallo,psycothriller, erotico, ballata, feuilleton. Un tipo di lavoro che miaffascina da quasi un decennio. Da quale strada siete arrivati a questa
scelta professionale?
GIORGIO. Psycothriller? Ma veramente noi pensavamo di più alla tragedia greca, ai grandi miti ancestrali, agli archetipi. Abbiamo scritto un libro per gente che ama leggere, come in fin dei conti siamo sempre stati noi. Lettori voraci. C'è dentro di tutto: dal feuilleton, al giallo, all'hard boiled, al noir, ai fumetti ... fino alla tragedia greca. E' stata proprio una scelta precisa che sta alla base del nostro scrivere assieme, utilizzando anche le nostre divergenze e i nostri diversi talenti come ricchezza polifonica.
ERICA. Ci piacciono le storie. Quelle che leggiamo ma anche quelle che può capitare di ascoltare fintamente distratti in treno o allungando le orecchie coi vicini di tavolo al ristorante. Insomma, le storie della gente che stanno strette incanalate nella griglia di un unico genere. Ci siamo sperimentati nella rivisitazione del romanzo popolare, quello che ti fa venire voglia di girare la pagina per sapere cosa succede. E, da lettori voraci, il materiale è lievitato, prendendo il sopravvento sulla nostra volontà, facendo andare i personaggi dove non avremmo immaginato. La ricchezza (che speriamo non sia confusione) dipende anche dalla passione e dal divertimento che è per noi la scrittura. Ci siamo anche lasciati andare, cercando di scrivere quello che ci piaceva, senza costringerci in un percorso. Quello semmai è intervenuto nella fase di revisione.
D: C'è un tale amore per Milano che pare di passeggiare per le sue strade. Potete parlarmi brevemente della bellezza di Milano? E come la fareste capire a chi non la vede... in poche parole, se non aveste ancora scritto Vertigine?
GIORGIO. Abbiamo scritto un libro che è una storia d'amore, una lunga storia d'amore intermittente con una città che è la nostra: Milano. Una storia d'amore che è fatta di parole e di musica, di trame gialle e di sensazioni, di dialetto e di odori. Abbiamo voluto raccontare una Milano che solo in parte è la nostra ma molto di più quella dei nostri genitori. La Milano del 1958 che noi attraversammo da bambini, quando c'erano ancora le carrozze attorno al Duomo e lo zoo e i luna park stagionali. Quando c'erano le portinaie e l'odore di minestra di cavoli che usciva dalla guardiole per miscelarsi con la lisciva con cui pulivano le scale. Le parole sono nostre: le musiche del trio Lescano, di Chat Baker, Nat King Cole, Modugno, Belafonte, Buscaglione, Elvis Presley, le canzoni che giravano allora intorno per il mondo, fino ad arrivare ai nostri quartieri-fortilizio, da cui non si usciva quasi mai. Insomma una Milano un po' virata seppia che si ricorda di quando i Navigli erano una via d'acqua, di quando si passeggiava sulle mura e le botteghe erano i centri vitali del quartiere. Una Milano che non c'è più, ma che si può ricominciare ad amare, per riscattarla da decenni di deriva.
ERICA. Abbiamo cercato di ritrovare le nostre prime impressioni di bambini, le luci fioche, la nebbia, l’odore delle stufe a carbone, le fabbriche e gli operai. La Milano in bianco e nero delle botteghe e delle sigarette sempre accese, dei tram e delle poche auto. Una Milano sporca fuori, ma più pulita dentro. Una Milano ricca di passioni politiche che credeva nel progresso e nello sviluppo. Poi, la città, le vecchie case, i cortili nascosti, la bellezza discreta della Milano medioevale e dei Navigli ancora aperti. Milano può sedurti con la sua bellezza non sfacciata, quella che in parte, in piccola parte, resta ancora oggi e si imbarazza di fronte ai grattacieli di cristallo, a quel pennone che svetta nella nuova zona Garibaldi e che sfrontato supera in altezza la Madonnina. Noi ci siamo fermati molto prima del pinnacolo da Expo. Molto prima del cattivo gusto.
D: In che relazione ti senti con quegli scapigliati lombardi che praticavano i generi letterari, erano giornalisti e vivevano tra Brera e i navigli?
GIORGIO. Tra quei giovani scapigliati c'era mio padre. Frequentatore del bar Jamaica e del milieu cultural-mondano milanese. Devo a lui e ai suoi racconti buona parte di quello che ricordo di allora: i pittori che pagavano i pranzi in quadri, una compagnia di squattrinati che pensava di cambiare il mondo e che, in parte, lo stava cambiando. Gli devo così tanto da avergli riservato un piccolo ruolo in parte nel romanzo ...
ERICA. La Milano degli artisti e bohemienne è quella che ho respirato ragazza e quasi bambina dalle
medie alla maturità, al Parini, in anni in cui il fascino del periodo che abbiamo raccontato si respirava in parte ancora e contava su molti testimoni.
D: E, in generale, se scrivere è nostalgia, qual è il vostro rapporto con lanostalgia?
GIORGIO. Scrivere è nostalgia? No, non credo. Scrivere è preservare un ricordo. E i ricordi fanno parte della resistenza umana. Scrivere è praticare una forma di resistenza umana.
ERICA. Nostalgia… Non so se io dia poi grande importanza alla nostalgia. Ho sempre cercato di vivere molto, dando poco spazio ai rimpianti. Mi tengo strette le belle cose che ho vissuto. Sono contenta di raccontarle, a me stessa, ai miei figli e, perché no, alcune anche ai lettori.
D: La scelta del tempo, gli anni '50, ha a che fare col fatto che eravamo bambini? Che ascoltavamo quelle canzoni e vivevamo in quella cultura col sentimento dell'infanzia?
GIORGIO. Gli anni cinquanta erano gli anni in cui eravamo bambini sì, ma se devo riandare a epoche mitiche nella mia memoria penso più al '68, al beat, alla nascita del rock. Queste erano le canzoni della radio o che canticchiava la mia mamma. Ma non sempre il mondo dell'infanzia è un mondo di meraviglie da cui non ci si vuole staccare. Io, ad esempio, mi sono bloccato all'adolescenza :-)
ERICA. Mi associo al mio coautore: l’Eldorado è stato sicuramente il 68. Credo che un po’ tutti ci impantaniamo nell’adolescenza, età dello stupore, delle scoperte e dei primi amori. Gli anni Cinquanta mi affascinano storicamente, sono l’età dell’innocenza, i colori pastello del technicolor e l’inizio di quello che siamo oggi. La guerra ha chiuso il passato ed è alle nostre spalle, gli anni Cinquanta hanno fondato il nostro presente, noi di quelli siamo figli.
domenica 21 aprile 2013
Recensione al Cavaliere
Il link per una illuminante recensione de Il cavaliere d'Islanda:
http://ermetical.blogspot.it/2013/04/il-cavaliere-dislanda.html#!/2013/04/il-cavaliere-dislanda.html
Colgo l'occasione per ringraziare di cuore Lorenzo Barberis.
http://ermetical.blogspot.it/2013/04/il-cavaliere-dislanda.html#!/2013/04/il-cavaliere-dislanda.html
Colgo l'occasione per ringraziare di cuore Lorenzo Barberis.
Un mio racconto in America
Per la seconda volta un mio racconto viene tradotto in America. Nel primo caso, si trattava di un'edizione per la Chicago Press di un'antologia edita da Marco Tropea, Nella città proibita. Qui di seguito, il link:
http://www.press.uchicago.edu/ucp/books/book/chicago/I/bo3630650.html
La dolce vita è invece un progetto concepito e curato da Maxim Jakubowsky direttamente per Runningpress. Il libro è distribuito negli USA, in Canada e in Gran Bretagna. Per parteciparvi ho scelto un racconto già apparso in Italia nella collana Sexythriller di Aliberti. Mi rappresenta in modo completo sia professionalmente, con la sua fusione di generi erotico, thriller e fantastico, sia perché è un'esposizione in forma di fiaba delle mie idee sui ruoli sessuali e sull'incertezza dell'identità.
Di seguito, la nota biografica di Maxim Jakubowky e la scheda libro:
Maxim Jakubowski is the author and editor of many books, including
14 novels, the popular collection of French erotic writing Ooh La La!,
The Mammoth Book of Erotica and The Mammoth Book of International
Erotica. He also published books on Rome and Venice. He lives in
London, England.
Italy is the land of La Dolce Vita (“the sweet
life”)—but also amore and now, erotica. Bestselling
editor Maxim Jakubowski has compiled a
provocative collection of stories representing the
best of Italian erotica written by women. Authors
such as Valeria Parrella, Barbara Baraldi, Claudia
Salvatori, Sofia Natella and Francesca Mazzucato—
all notable Italian authors also known for their
fiction, science fiction, mystery, and blogging—
lead the reader into new realms of desire.
domenica 17 marzo 2013
Spazio amici 9 - La freccia verde di Gianfranco Manfredi
Gianfranco Manfredi (Senigallia, 1948) esordisce come cantautore nel 1972 con l'album La Crisi, cui seguono Ma non è una malattia e Zombie di tutto il mondo unitevi. Nel frattempo pubblica il saggio L'Amore e gli amori in Jean Jacques Rousseau (Mazzotta, 1978). Il suo esordio narrativo è il romanzo gotico Magia Rossa (Feltrinelli, 1983, nuova edizione Gargoyle, 2008), libro cult. Intanto si rivela anche come prolifico sceneggiatore cinematografico e televisivo. Negli anni 90 comincia a lavorare come sceneggiatore di fumetti, scrivendo storie per Dylan Dog, Tex e Nick Raider. Pubblica, sempre per la Sergio Bonelli Editore, le sue serie Magico Vento, Volto Nascosto e Shanghai Devil, tutte contraddistinte da un incrocio tra ricostruzione storica e avventura pura, e tutte tradotte in molti Paesi. Tra gli altri suoi romanzi: Cromantica (Feltrinelli, 1985), Ultimi Vampiri (Feltrinelli, 1987), Trainspotter (Feltrinelli, 1989), Il peggio deve venire (Mondadori, 1992), Il piccolo diavolo nero (Tropea, 2001), Ho freddo (Gargoyle, 2008) e Tecniche di Resurrezione (Gargoyle, 2010).
Ho intervistato Gianfranco in occasione dell'uscita del suo ultimo lavoro per Mondadori Omnibus. Le sue risposte sono quello che "volevo"... che aspettavo. Lascio la parola alla sua immensa professionalità e al suo straordinario acume circa i problemi della contemporaneità, sia vita che scrittura.
Un avvertimento: la parte in grassetto riguarda una sua domanda rivolta a me, a cui segue risposta.
Partendo dalla fine (non si può fare a meno di sbirciare l'ultima pagina): perché parli di una “tirannia della contemporaneità“? Che cosa significa esattamente per te? E' tirannia perché non vi si può sfuggire fisicamente (vi si può sfuggire solo con l'immaginazione) o è una tirannia in senso artistico?
Viviamo in un periodo, soprattutto in Italia, di autentico rifiuto della Storia. Il contemporaneo detta l'agenda della scrittura in una versione ancor più limitata, cioè quella, scandita dalla televisione, dalla stampa e dal web, dell'Attualità. Letterariamente ciò significa che il giornalismo si mangia la scrittura. L'aspetto specificamente tirannico è la convinzione che la Storia, la NOSTRA Storia, nasca (o debba rinascere) da zero, governata dalla pura e semplice Volontà. E' sempre da qui, dal Punto Zero, che originano le istanze palingenetiche, che in buona sostanza significano: prendiamoci la Storia Presente e rivoltiamola come un calzino. L'incapacità di saper leggere le dinamiche storiche (che non originano da noi) ci lascia in mano, in realtà, un calzino bucato e puzzolente. Ciò non significa che la ricerca storica debba essere "studio del passato". Noi leggiamo il passato, SEMPRE, alla luce dei problemi posti dalla contemporaneità. Raccontando il passato, noi vi scopriamo assonanze e dissonanze. Cioè comprendiamo ALLO STESSO TEMPO che vi sono cicli storici che, seppure a un diverso livello, si ripetono e che tuttavia , nella Storia, sono esistiti diversi, molteplici, persino incompatibili modelli e stili di vita e di organizzazione sociale. Quando si dice "un altro mondo é possibile" si tende a dimenticare che molti mondi "altri" rispetto al nostro, sono esistiti per davvero e che continuano a esistere DENTRO il contemporaneo. L'utopia (che etimologicamente, non significa affatto: "Nessun Posto" bensì: "Il Buon Posto") non è soltanto un progetto di architettura sociale rinnovata, è una forza immanente, sempre attiva nella Storia. Come avevo scritto in una mia canzone di tanti anni fa: "Ma chi ha detto che non c'è?".
La comunità di Sion: a che punto sei nell'equilibrio fra l'utopia e la disillusione? Credi che sarà possibile liberare gli schiavi, o vedi piuttosto la vita come un'eterna battaglia che va in ogni modo combattuta?
La Comunità di Sion del mio romanzo, ha naturalmente qualcosa di simbolico, ma anche una radice storica. Dopo le recinzioni delle terre comuni, migliaia di contadini, costretti all'esodo forzato, ridotti a masse di vagabondi e di lavoratori schiavi, divennero la forza lavoro "liberata" dalla terra che costituì premessa indispensabile all'industrializzazione e alla concentrazione del lavoro attorno alle grandi metropoli. Le foreste rappresentarono un'isola di resistenza, perché molti "scacciati" si ritrovarono qui e qui stabilirono comunità provvisorie di "diversi". Comunità di "fuorilegge" nel senso proprio, cioè di extra-legem, di ribelli per condizione, prima ancora che per scelta. Le versioni scritte delle ballate popolari su Robin Hood si diffusero nel XVI secolo. Robin Hood, volgarizzato poi come l'eroe che "ruba ai ricchi per dare ai poveri" , rappresenta in realtà l'Uomo Verde, la difesa dell'intangibilità della Foresta. Larghissima parte dei movimenti d'opposizione contemporanei si sono sviluppati a partire dalla difesa delle foreste amazzoniche e delle popolazioni tribali, che non sono residui obsoleti destinati ad essere inesorabilmente cancellati dallo sviluppo, sono invece modi diversi di vivere il contemporaneo, modi che chiedono legittimazione. Extra Legem Intra Ius, che, per semplificare, significa riconoscimento dei diritti di chi vive in altro modo.
In quale modo la lunghissima pratica dello sceneggiatore di fumetti, con un suo ritmo, cadenze e strutture mentali che si metabolizzano, ha influenzato La freccia verde rispetto ai tuoi primi lavori?
I fumetti, e soprattutto i fumetti bonelliani, sono l'unica, vera letteratura d'avventura rimasta in questo paese. Salgari non ha lasciato eredi, se non in fumetto. Però il progetto de La freccia verde per me era poco compatibile con una scrittura da fumetto, proprio perché voleva essere un tentativo di ripresa e di ricomposizione di una tradizione letteraria del romanzo d'avventura, in particolare della tradizione che inizia con Ann Radcliffe e Walter Scott, cioè "l'avventura gotica", un genere che non ha molti precedenti in Italia.
Una volta hai detto di provare nostalgia per un'editoria ottocentesca priva o quasi editing, che permetteva di ascoltare le voci vere e singolari degli autori. Sei ancora della stessa idea?
Ciò che sorprende del romanzo ottocentesco e di alcuni autori in particolare come Dickens, Hugo, Balzac, Dumas, é la loro incredibile prolificità: le migliaia e migliaia di pagine che hanno scritto di getto, con penna e calamaio, a lume di candela, correggendosi pochissimo, con una straordinaria padronanza linguistica e conoscenze storiche impressionanti. Credo che ciò sia stato possibile perché la forma romanzo era, allora, la forma dominante. Quando un medium si impone, quella è la sua fase migliore, perché in quel momento le menti creative sono insieme consapevoli del loro compito e innovative nelle forme e nei contenuti, esplorati su un ventaglio amplissimo di varianti. Questa grande stagione del romanzo non credo possa tornare. Ci resta la possibilità e la responsabilità di difenderne l'eredità, proprio come se stessimo difendendo la Foresta.
Posso farti una domanda io? Ho letto un'intervista che hai reso, in cui dicevi che quando racconti un'epoca storica tu sei lì, assisti di persona ai fatti. Cioè una sorta di viaggio del tempo con connotati più "mistici" che fantascientifici. Quasi non si trattasse soltanto di immaginario, ma di una vera e propria dislocazione fisica. Mi ha colpito questa tua annotazione, perché in alcuni miei romanzi, anch'io ho sperimentato questo genere di "alienazione positiva" , la sensazione che le Porte Della Percezione si dischiudessero, non tanto e non solo verso il passato, ma in una sorta di "infinito". Cioè secondo la precisa definizione del "visionario" William Blake : "If the doors of perception were cleansed every thing would appear to man as it is, infinite." “Se le porte della percezione venissero dischiuse ogni cosa ci apparirebbe qual è, infinita”. Il termine cleansed però non indica una semplice “apertura”, implica una purificazione dello sguardo, un “far pulizia” in noi in modo da poter vedere. Ho inteso bene o la mia è una lettura troppo hippie?
No, non è una lettura troppo hippie. La nostra cultura di formazione va da Rimbaud (la Lettera del Veggente) ai Doors-Porte della percezione. E' vero che il mio approccio alla scrittura è più medianico e mistico che tecnico e ingegneristico. Non intendo parlare di allucinazioni o visioni, ma di momenti in cui qualcosa si apre e mi permette di vedere: nel senso di immaginare. Un sogno che puoi telecomandare come se fosse un videogame. Non ho paura di essere una visionaria, perché non credo nel realismo e nella verosimiglianza. Mi arrabbio quando mi rimproverano di non fare del realismo (cioè, non sarei abbastanza matura e adulta) e di non essere verosimile. Da quando iniziamo a pensare una fiction rinunciamo al realismo: allora, perché non lasciare che la mongolfiera salga fino ad arrivare dove può? In quanto al lavoro di clean and reset, qui sento veramente i pesi che mi trattengono. Vado alla ricerca di coscienze, stati esistenziali, idee, meccanismi diversi da quelli contemporanei, e mi piace molto che tu dica "coesistono tuttora". Ma ci sono sempre io, costruita nella contemporaneità, debitrice e attraversata dalla contemporaneità, non fatta per viverci dentro, e con difetti miei peculiari sviluppati nella mia alienazione. Ogni personaggio del passato di cui mi occupo è lui/lei + io. Un io di contrabbando, anonimo, dissimulato, perché come te ho in orrore il narcisismo. Ma c'è sempre una forte sceneggiatura di materiali miei (speranze, dolori, tensioni, esperienze), una ripetizione di narrazioni della mia infanzia. Ho già noleggiato la mia infanzia a molti personaggi, e mi accorgo di non aver ancora finito di raccontarla. Per me, scrivere è prendere la scena e abusarne per esibirsi E CONTEMPORANEAMENTE CHIEDERE PERDONO PER AVERLO FATTO.
La velocità dei cambiamenti economici, culturali e sociali negli ultimi decenni ci ha condotti a vivere in una curiosa dimensione esistenziale: il tempo della nostra giovinezza (parlo degli anni '70) è diventato un'epoca poco meno lontana da qui del Risorgimento, per esempio. Se noi scrivessimo oggi un romanzo ambientato allora ci troveremmo a fare insieme romanzo storico e romanzo moderno(?). Come vivi la coincidenza fra l'essere ancora in vita e l'essere parte (e portare una parte in te) di passato storico?
Intendi un romanzo sugli anni 70? Non mi va di scriverlo al momento. Sono uscite in queste anni una quantità impressionante di rievocazioni degli anni '70, scritte da piccoli e grandi protagonisti dell'epoca , come brandelli di memorie autobiografiche o come tentativi di ricostruzione dell'epoca. A parte certi contributi saggistici, ho giudicato questi "memoriali" dei totali fallimenti, pieni di "bugie sincere" (cioè di versioni soggettive dei fatti oggettivamente erronee, perché i fatti, per quanto percepiti così, NON SONO ANDATI COSI') e anche di autentiche, persino miserabili menzogne scritte per giustificare se stessi o per attaccare altri in un'insensata lotta postuma contro tutti e persino contro se stessi. Questo mi ha confermato che non esiste ancora sufficiente distacco dai fatti per poterli ricostruire. E siccome non mi ritengo migliore degli altri, non voglio incorrere negli stessi sbagli. Inoltre, un conto è il "romanzo storico", tutt'altro conto è il "revival", genere diverso se non opposto, perché configura una sorta di "passato sentimentale" , cioè la ricostruzione di un passato "ideale" , quale non è stato, puro revisionismo celebrativo nemmeno di una generazione ma del narcisismo asfissiante dei singoli. Questo indubbiamente ci differenzia dai nostri padri, capaci di ben altri ricostruzioni collettive (si pensi ai film del dopoguerra sulla Resistenza) non viziate da autobiografismo spicciolo, di comodo, frutto di un individualismo miope incapace cioè di vedere al di là del proprio ombelico. Molta celebrazione dei 70, è insomma espressione di "falsa coscienza" , non parla dei '70, è piuttosto un omaggio alla propria giovinezza, rimpianta e idealizzata.
Il tuo lungo percorso creativo, così ricco e multiforme, raro in uno scrittore italiano, è un legame o un ponte fra la memoria della giovinezza e un presente che sembra aver distrutto quello che eravamo?
Non credo che letterariamente si possa distinguere tra rievocazione di ciò che è stato, e anticipazione di ciò che ci attende. Non esiste autentico romanzo storico senza prospettiva storica. Quindi se c'è un ponte, non è quello che ci conduce dal passato a oggi, ma dal passato al futuro. Noi siamo sempre alla metà del ponte, un ponte in cui il punto di partenza e quello d'arrivo non sono definiti, un ponte che era lì prima di noi e che sarà lì dopo di noi, non è nato con noi e non finisce con noi. O si acquisisce questa prospettiva oppure è inutile parlare di ponti: si gettano passerelle provvisorie per valicare un fosso, o eleganti mantelli su una pozza perché la borghesissima lady di turno possa fare il suo modestissimo tratto di strada senza infangarsi i suoi preziosi stivaletti. Se ripensiamo "il ponte" allora possiamo, forse, ritrovare il "legame": questo legame è sempre presente o dovrebbe esserlo, se chi scrive è PRESENTE A se STESSO.
Non intendevo prima portare la tua attenzione su un eventuale romanzo anni '70, ma sulla coincidenza di essere vivi e insieme appartenere già un po' alla storia, che mi sembra unica del nostro tempo. Per esempio... hai notato che si fanno fiction su persone vive e vegete come se fossero già morte, e pertanto fissate per l'eternità? Impensabile fino a un secolo fa.
Riguardo all'appartenere alla Storia (e alla fiction), forse si può aggiungere questa risposta: Il problema è stato vissuto credo con particolare drammaticità dagli attori e dai cantanti del nostro tempo. La replica continuata di ciò che si è fatto da giovani conduce il soggetto alla dissociazione. Come poteva esprimersi un Sordi anziano a confronto con il Sordi giovane continuamente riproposto? Come fa Mick Jagger a reggere il confronto con il proprio fantasma giovanile? O è il Jagger anziano (e vivente) che diventa il fantasma del Jagger giovane e non più esistente? Questo confronto/scontro con se stessi é devastante e ricorda non poco la metafora di Dorian Gray. Ma con una complicazione in più: sono quelli che ti hanno apprezzato da giovane che continuano a chiederti un impossibile ritorno indietro. Possiamo combattere contro la nostra giovinezza? Possiamo rivendicare il diritto ad essere cresciuti, cambiati, nel bene e nel male? La metafora di Dorian Gray era un calco di quella di Jekill/Hyde. Anche nel romanzo di Stevenson , Hyde è giovane, energico. Nel romanzo non si dice affatto che è un mostro scimmiesco. Hyde è esaltante per un Jekill anziano che in lui ritrova il vitalismo sfrenato della giovinezza. Viviamo insomma molto concretamente un problema che la letteratura aveva già prefigurato. La letteratura che resta nel tempo è quella che sa parlare oltre il proprio tempo. Non si tratta di "scrivere per i posteri" , ma di scrivere per i contemporanei assumendo un punto di vista più alto della nostra biografia trasferita in pagina, che non sopravvaluti il contingente (anche linguistico), che ci stimoli a cercare di essere sempre "oltre" noi stessi, il nostro vissuto, la nostra limitatezza. E' difficilissimo.
Ho intervistato Gianfranco in occasione dell'uscita del suo ultimo lavoro per Mondadori Omnibus. Le sue risposte sono quello che "volevo"... che aspettavo. Lascio la parola alla sua immensa professionalità e al suo straordinario acume circa i problemi della contemporaneità, sia vita che scrittura.
Un avvertimento: la parte in grassetto riguarda una sua domanda rivolta a me, a cui segue risposta.
Partendo dalla fine (non si può fare a meno di sbirciare l'ultima pagina): perché parli di una “tirannia della contemporaneità“? Che cosa significa esattamente per te? E' tirannia perché non vi si può sfuggire fisicamente (vi si può sfuggire solo con l'immaginazione) o è una tirannia in senso artistico?
Viviamo in un periodo, soprattutto in Italia, di autentico rifiuto della Storia. Il contemporaneo detta l'agenda della scrittura in una versione ancor più limitata, cioè quella, scandita dalla televisione, dalla stampa e dal web, dell'Attualità. Letterariamente ciò significa che il giornalismo si mangia la scrittura. L'aspetto specificamente tirannico è la convinzione che la Storia, la NOSTRA Storia, nasca (o debba rinascere) da zero, governata dalla pura e semplice Volontà. E' sempre da qui, dal Punto Zero, che originano le istanze palingenetiche, che in buona sostanza significano: prendiamoci la Storia Presente e rivoltiamola come un calzino. L'incapacità di saper leggere le dinamiche storiche (che non originano da noi) ci lascia in mano, in realtà, un calzino bucato e puzzolente. Ciò non significa che la ricerca storica debba essere "studio del passato". Noi leggiamo il passato, SEMPRE, alla luce dei problemi posti dalla contemporaneità. Raccontando il passato, noi vi scopriamo assonanze e dissonanze. Cioè comprendiamo ALLO STESSO TEMPO che vi sono cicli storici che, seppure a un diverso livello, si ripetono e che tuttavia , nella Storia, sono esistiti diversi, molteplici, persino incompatibili modelli e stili di vita e di organizzazione sociale. Quando si dice "un altro mondo é possibile" si tende a dimenticare che molti mondi "altri" rispetto al nostro, sono esistiti per davvero e che continuano a esistere DENTRO il contemporaneo. L'utopia (che etimologicamente, non significa affatto: "Nessun Posto" bensì: "Il Buon Posto") non è soltanto un progetto di architettura sociale rinnovata, è una forza immanente, sempre attiva nella Storia. Come avevo scritto in una mia canzone di tanti anni fa: "Ma chi ha detto che non c'è?".
La comunità di Sion: a che punto sei nell'equilibrio fra l'utopia e la disillusione? Credi che sarà possibile liberare gli schiavi, o vedi piuttosto la vita come un'eterna battaglia che va in ogni modo combattuta?
La Comunità di Sion del mio romanzo, ha naturalmente qualcosa di simbolico, ma anche una radice storica. Dopo le recinzioni delle terre comuni, migliaia di contadini, costretti all'esodo forzato, ridotti a masse di vagabondi e di lavoratori schiavi, divennero la forza lavoro "liberata" dalla terra che costituì premessa indispensabile all'industrializzazione e alla concentrazione del lavoro attorno alle grandi metropoli. Le foreste rappresentarono un'isola di resistenza, perché molti "scacciati" si ritrovarono qui e qui stabilirono comunità provvisorie di "diversi". Comunità di "fuorilegge" nel senso proprio, cioè di extra-legem, di ribelli per condizione, prima ancora che per scelta. Le versioni scritte delle ballate popolari su Robin Hood si diffusero nel XVI secolo. Robin Hood, volgarizzato poi come l'eroe che "ruba ai ricchi per dare ai poveri" , rappresenta in realtà l'Uomo Verde, la difesa dell'intangibilità della Foresta. Larghissima parte dei movimenti d'opposizione contemporanei si sono sviluppati a partire dalla difesa delle foreste amazzoniche e delle popolazioni tribali, che non sono residui obsoleti destinati ad essere inesorabilmente cancellati dallo sviluppo, sono invece modi diversi di vivere il contemporaneo, modi che chiedono legittimazione. Extra Legem Intra Ius, che, per semplificare, significa riconoscimento dei diritti di chi vive in altro modo.
In quale modo la lunghissima pratica dello sceneggiatore di fumetti, con un suo ritmo, cadenze e strutture mentali che si metabolizzano, ha influenzato La freccia verde rispetto ai tuoi primi lavori?
I fumetti, e soprattutto i fumetti bonelliani, sono l'unica, vera letteratura d'avventura rimasta in questo paese. Salgari non ha lasciato eredi, se non in fumetto. Però il progetto de La freccia verde per me era poco compatibile con una scrittura da fumetto, proprio perché voleva essere un tentativo di ripresa e di ricomposizione di una tradizione letteraria del romanzo d'avventura, in particolare della tradizione che inizia con Ann Radcliffe e Walter Scott, cioè "l'avventura gotica", un genere che non ha molti precedenti in Italia.
Una volta hai detto di provare nostalgia per un'editoria ottocentesca priva o quasi editing, che permetteva di ascoltare le voci vere e singolari degli autori. Sei ancora della stessa idea?
Ciò che sorprende del romanzo ottocentesco e di alcuni autori in particolare come Dickens, Hugo, Balzac, Dumas, é la loro incredibile prolificità: le migliaia e migliaia di pagine che hanno scritto di getto, con penna e calamaio, a lume di candela, correggendosi pochissimo, con una straordinaria padronanza linguistica e conoscenze storiche impressionanti. Credo che ciò sia stato possibile perché la forma romanzo era, allora, la forma dominante. Quando un medium si impone, quella è la sua fase migliore, perché in quel momento le menti creative sono insieme consapevoli del loro compito e innovative nelle forme e nei contenuti, esplorati su un ventaglio amplissimo di varianti. Questa grande stagione del romanzo non credo possa tornare. Ci resta la possibilità e la responsabilità di difenderne l'eredità, proprio come se stessimo difendendo la Foresta.
Posso farti una domanda io? Ho letto un'intervista che hai reso, in cui dicevi che quando racconti un'epoca storica tu sei lì, assisti di persona ai fatti. Cioè una sorta di viaggio del tempo con connotati più "mistici" che fantascientifici. Quasi non si trattasse soltanto di immaginario, ma di una vera e propria dislocazione fisica. Mi ha colpito questa tua annotazione, perché in alcuni miei romanzi, anch'io ho sperimentato questo genere di "alienazione positiva" , la sensazione che le Porte Della Percezione si dischiudessero, non tanto e non solo verso il passato, ma in una sorta di "infinito". Cioè secondo la precisa definizione del "visionario" William Blake : "If the doors of perception were cleansed every thing would appear to man as it is, infinite." “Se le porte della percezione venissero dischiuse ogni cosa ci apparirebbe qual è, infinita”. Il termine cleansed però non indica una semplice “apertura”, implica una purificazione dello sguardo, un “far pulizia” in noi in modo da poter vedere. Ho inteso bene o la mia è una lettura troppo hippie?
No, non è una lettura troppo hippie. La nostra cultura di formazione va da Rimbaud (la Lettera del Veggente) ai Doors-Porte della percezione. E' vero che il mio approccio alla scrittura è più medianico e mistico che tecnico e ingegneristico. Non intendo parlare di allucinazioni o visioni, ma di momenti in cui qualcosa si apre e mi permette di vedere: nel senso di immaginare. Un sogno che puoi telecomandare come se fosse un videogame. Non ho paura di essere una visionaria, perché non credo nel realismo e nella verosimiglianza. Mi arrabbio quando mi rimproverano di non fare del realismo (cioè, non sarei abbastanza matura e adulta) e di non essere verosimile. Da quando iniziamo a pensare una fiction rinunciamo al realismo: allora, perché non lasciare che la mongolfiera salga fino ad arrivare dove può? In quanto al lavoro di clean and reset, qui sento veramente i pesi che mi trattengono. Vado alla ricerca di coscienze, stati esistenziali, idee, meccanismi diversi da quelli contemporanei, e mi piace molto che tu dica "coesistono tuttora". Ma ci sono sempre io, costruita nella contemporaneità, debitrice e attraversata dalla contemporaneità, non fatta per viverci dentro, e con difetti miei peculiari sviluppati nella mia alienazione. Ogni personaggio del passato di cui mi occupo è lui/lei + io. Un io di contrabbando, anonimo, dissimulato, perché come te ho in orrore il narcisismo. Ma c'è sempre una forte sceneggiatura di materiali miei (speranze, dolori, tensioni, esperienze), una ripetizione di narrazioni della mia infanzia. Ho già noleggiato la mia infanzia a molti personaggi, e mi accorgo di non aver ancora finito di raccontarla. Per me, scrivere è prendere la scena e abusarne per esibirsi E CONTEMPORANEAMENTE CHIEDERE PERDONO PER AVERLO FATTO.
La velocità dei cambiamenti economici, culturali e sociali negli ultimi decenni ci ha condotti a vivere in una curiosa dimensione esistenziale: il tempo della nostra giovinezza (parlo degli anni '70) è diventato un'epoca poco meno lontana da qui del Risorgimento, per esempio. Se noi scrivessimo oggi un romanzo ambientato allora ci troveremmo a fare insieme romanzo storico e romanzo moderno(?). Come vivi la coincidenza fra l'essere ancora in vita e l'essere parte (e portare una parte in te) di passato storico?
Intendi un romanzo sugli anni 70? Non mi va di scriverlo al momento. Sono uscite in queste anni una quantità impressionante di rievocazioni degli anni '70, scritte da piccoli e grandi protagonisti dell'epoca , come brandelli di memorie autobiografiche o come tentativi di ricostruzione dell'epoca. A parte certi contributi saggistici, ho giudicato questi "memoriali" dei totali fallimenti, pieni di "bugie sincere" (cioè di versioni soggettive dei fatti oggettivamente erronee, perché i fatti, per quanto percepiti così, NON SONO ANDATI COSI') e anche di autentiche, persino miserabili menzogne scritte per giustificare se stessi o per attaccare altri in un'insensata lotta postuma contro tutti e persino contro se stessi. Questo mi ha confermato che non esiste ancora sufficiente distacco dai fatti per poterli ricostruire. E siccome non mi ritengo migliore degli altri, non voglio incorrere negli stessi sbagli. Inoltre, un conto è il "romanzo storico", tutt'altro conto è il "revival", genere diverso se non opposto, perché configura una sorta di "passato sentimentale" , cioè la ricostruzione di un passato "ideale" , quale non è stato, puro revisionismo celebrativo nemmeno di una generazione ma del narcisismo asfissiante dei singoli. Questo indubbiamente ci differenzia dai nostri padri, capaci di ben altri ricostruzioni collettive (si pensi ai film del dopoguerra sulla Resistenza) non viziate da autobiografismo spicciolo, di comodo, frutto di un individualismo miope incapace cioè di vedere al di là del proprio ombelico. Molta celebrazione dei 70, è insomma espressione di "falsa coscienza" , non parla dei '70, è piuttosto un omaggio alla propria giovinezza, rimpianta e idealizzata.
Il tuo lungo percorso creativo, così ricco e multiforme, raro in uno scrittore italiano, è un legame o un ponte fra la memoria della giovinezza e un presente che sembra aver distrutto quello che eravamo?
Non credo che letterariamente si possa distinguere tra rievocazione di ciò che è stato, e anticipazione di ciò che ci attende. Non esiste autentico romanzo storico senza prospettiva storica. Quindi se c'è un ponte, non è quello che ci conduce dal passato a oggi, ma dal passato al futuro. Noi siamo sempre alla metà del ponte, un ponte in cui il punto di partenza e quello d'arrivo non sono definiti, un ponte che era lì prima di noi e che sarà lì dopo di noi, non è nato con noi e non finisce con noi. O si acquisisce questa prospettiva oppure è inutile parlare di ponti: si gettano passerelle provvisorie per valicare un fosso, o eleganti mantelli su una pozza perché la borghesissima lady di turno possa fare il suo modestissimo tratto di strada senza infangarsi i suoi preziosi stivaletti. Se ripensiamo "il ponte" allora possiamo, forse, ritrovare il "legame": questo legame è sempre presente o dovrebbe esserlo, se chi scrive è PRESENTE A se STESSO.
Non intendevo prima portare la tua attenzione su un eventuale romanzo anni '70, ma sulla coincidenza di essere vivi e insieme appartenere già un po' alla storia, che mi sembra unica del nostro tempo. Per esempio... hai notato che si fanno fiction su persone vive e vegete come se fossero già morte, e pertanto fissate per l'eternità? Impensabile fino a un secolo fa.
Riguardo all'appartenere alla Storia (e alla fiction), forse si può aggiungere questa risposta: Il problema è stato vissuto credo con particolare drammaticità dagli attori e dai cantanti del nostro tempo. La replica continuata di ciò che si è fatto da giovani conduce il soggetto alla dissociazione. Come poteva esprimersi un Sordi anziano a confronto con il Sordi giovane continuamente riproposto? Come fa Mick Jagger a reggere il confronto con il proprio fantasma giovanile? O è il Jagger anziano (e vivente) che diventa il fantasma del Jagger giovane e non più esistente? Questo confronto/scontro con se stessi é devastante e ricorda non poco la metafora di Dorian Gray. Ma con una complicazione in più: sono quelli che ti hanno apprezzato da giovane che continuano a chiederti un impossibile ritorno indietro. Possiamo combattere contro la nostra giovinezza? Possiamo rivendicare il diritto ad essere cresciuti, cambiati, nel bene e nel male? La metafora di Dorian Gray era un calco di quella di Jekill/Hyde. Anche nel romanzo di Stevenson , Hyde è giovane, energico. Nel romanzo non si dice affatto che è un mostro scimmiesco. Hyde è esaltante per un Jekill anziano che in lui ritrova il vitalismo sfrenato della giovinezza. Viviamo insomma molto concretamente un problema che la letteratura aveva già prefigurato. La letteratura che resta nel tempo è quella che sa parlare oltre il proprio tempo. Non si tratta di "scrivere per i posteri" , ma di scrivere per i contemporanei assumendo un punto di vista più alto della nostra biografia trasferita in pagina, che non sopravvaluti il contingente (anche linguistico), che ci stimoli a cercare di essere sempre "oltre" noi stessi, il nostro vissuto, la nostra limitatezza. E' difficilissimo.
mercoledì 13 marzo 2013
Maria Antonietta e l'invidia globalizzata
Alcune riflessioni ispirate all’ultima lettura del novembre scorso, prima che la “quarantena” degli interventi agli occhi non mi permettesse di leggere per almeno un paio di mesi: Maria Antonietta, di Antonia Fraser, una bella e documentata biografia a cui credo Sofia Coppola abbia ampiamente attinto per il suo film sulla regina di Francia, moglie di Luigi XVI.
Da un lato, Maria Antonietta mi collegava ai personaggi storici di cui mi ero occupata nel romanzo di Roma, Eliogabalo e Messalina, fra i più invidiati della storia universale. Dall’altro, al personaggio storico di cui avevo appena scritto nel romanzo che apparirà a luglio 2013: una star scintillante nelle più irraggiungibili galassie del mito, ammirato, venerato da alcuni, da altri esecrato, diffamato e disprezzato. Invidiatissimo.
Esiste un’invidia dal basso verso l’alto: i poveri invidiano i privilegiati. Esiste un’invidia dall’alto verso il basso: i privilegiati invidiano (ostacolano) i poveri che possiedono qualità per competere. Vedo poi un’invidia in cui entrambe si raggiungono, diciamo paritaria, di tutti verso tutti, che mi sembra uno dei sentimenti dominanti del nostro mondo globalizzato, in cui siamo tutti visibili a/sorvegliati da tutti.
Che cos’è l’invidia? Nella storia, dei singoli come dei popoli, assume la forma di una sorda irritazione che si trasforma in odio, in accanita ostilità, in calunnia iperbolica che non riesce più a rientrare nei limiti del comune buonsenso. Maria Antonietta vivente, è stato detto e scritto di lei, fra le altre cose, che aveva condotto da sola il paese sull’orlo della bancarotta e che molestava sessualmente il figlioletto di sette anni e i suoi cani carlini. Per non parlare della famosa frase: “Se non hanno pane, che mangino le brioche”, pronunciata forse da una principessa francese un secolo prima (anche questo non è certo).
L’immaginario invidioso si confonde con la realtà e si attacca alla persona come un cattivo odore. Evoca percezioni che si sovrappongono a un’immagine scevra da pregiudizio, e arrivano a modificarla. Un secolo dopo, due secoli dopo, o mille anni dopo, si rendono necessarie le “riletture”, le “riabilitazioni”.
Ma da dove e come nasce l’invidia? Sarebbe facile dire che si invidiano re, regine, divi e vip perché dispongono di lusso & lussuria impensabili per il resto della collettività. Moltissimi re, regine, divi e vip, anche all’interno di regimi in cui si muore di fame, ieri come oggi, passano indenni attraverso il tritatutto sociale. Non vengono attaccati dal malumore invidioso, da quell’antipatia detta “di pelle” che non ha ragioni se non nelle frustrazioni, nei conflitti irrisolti di chi la prova. Allora?
Da una decina d’anni faccio ricerca storica e da una trentina scrivo e osservo i comportamenti umani. Azzarderei un’ipotesi semiseria, nel caso di Maria Antonietta. Era invidiata perché suonava l’arpa. Nella sua residenza privata (Le petit Trianon) si isolava, riceveva artisti, festeggiava, sognava. Cercava di crearsi una vita a misura sua. Era questo a non venirle perdonato. Vedo poveri invidiati per ragioni molto simili: perché hanno, o sembrano avere, un rifugio, un’isola, un luogo segreto che funziona secondo regole proprie, inaccessibile, inesplicabile e irriducibile. Un prolungamento d’infanzia, un qualche tipo di felicità.
Se si vuole suonare l’arpa occorre farlo in modo da rassicurare il resto del mondo. Un talento, una tensione ideale, un’attività artistica, devono trovare una collocazione riconosciuta per non offendere. Si deve accattivare la simpatia dando l’impressione di non essere troppo felici, o troppo irraggiungibili. Non si può suonare l’arpa da regine, e neppure da poveri. Si può, soltanto in mezzo ad altri concertisti.
Alla fine, in tempi più antichi come nel mondo globalizzato, a fare invidia è sempre la libertà.
"L'io al posto di Dio"
Dal 1294, anno in cui Pietro da Morrone lascia il pontificato, fino a oggi, si potrebbe però disegnare una parabola storica ideale che dal Rinascimento conduce alla progressiva “desertificazione spirituale” (cito da Benedetto XVI) dell’Europa fino all’avvento dell’Ego, dominatore assoluto e lebbra divoratrice del nostro tempo.
Per questo l’azione compiuta da Benedetto XVI non ha precedenti: l’umanità non ha mai vissuto un’epoca come questa, in cui l’Ego (in concreto, molti minuscoli egocentrismi) è giunto a riempire ed eclissare il Cielo.
Che un papa (il papa) arrivi a dire “l’io è al posto di Dio” mi sembra inaudito ed eccezionale.
La sua scelta commuove ed è una vera tentazione: se tutti seguissimo il suo esempio? Se rinunciassimo tutti al Narcisismo, alla ressa per apparire, al chiasso mediatico, e scegliessimo la via dell’umile anonimato? Sparire dal mondo, rinunciare al potere, alla ricchezza e all’edonismo, dare un senso a un’esistenza da non famosi significherebbe dare fiducia a Dio, ridare un senso a esistenze che non passano per la dea Visibilità.
In quello che appare come un avverarsi simbolico delle profezie di Malachia e della monaca di Dresda (siamo padroni di crederci o no) possiamo leggere le indicazioni cifrate per il cambiamento necessario al rinnovamento spirituale del mondo.
Il messaggio è forte, anche se in questi giorni a tratti si affievolisce e si perde, mescolato al trash mediatico, fra un talent show e un omicidio, una mutanda e l’immancabile rissa.
Ma resterà, e ci riguarda comunque tutti, cattolici o protestanti o credenti di altre religioni, atei, agnostici o più probabilmente sperimentatori di insalate miste di religioni che pregano per avere fede (è il mio caso), perché dobbiamo il nostro essere, le nostre menti e i nostri corpi, perfino, a duemila anni di cristianesimo, ed è l’avvenire del nostro Occidente ex cristiano a essere in gioco, sono le nostre vite, i nostri corpi che verranno modificati, in qualche modo, sicuramente.
Possiamo sognare un cristianesimo che fra duemila anni recuperi l’eredità della chiesa primitiva: un atteggiamento limpido e compassionevole rispetto alla morale sessuale, la comunione dei beni, il diaconato delle donne portatrici di carisma, e forse una papessa.
L’immagine che propongo, una delle carceri immaginarie di G.B. Piranesi, mi sembra illustrare degnamente la desertificazione spirituale, ma nello stesso tempo indica una possibilità di fuga: il ponte a spirale si può ripercorrere anche in senso contrario: Dio al posto dell'io.
sabato 15 dicembre 2012
Spazio amici 8 - Il rosso e il nero di Cristiana Astori
Ci sono frasi ricorrenti nell'editoria, come scongiuri o mantra negativi. Per esempio: non funzionano i libri di racconti, non funzionano i libri sulla rivoluzione francese, non funzionano i libri sul cinema.
A smentire la terza che ho elencato, e a dimostrazione che l'oggetto non atteso è quello necessario, usciva lo scorso ottobre nella collana Il Giallo Mondadori Tutto quel nero di Cristiana Astori. Un romanzo fresco, innovativo, percorso da una sua peculiare magia. Una magia di cui è capace solo una persona che ha molto amato i libri e i film, che sa comunicarci questo amore, e che potrebbe dire, come Cornell Woolrich: A me scrivere piace davvero.
Quest'anno è in edicola un secondo romanzo di Cristiana Astori, Tutto quel rosso, che ha per protagonista Susanna Marino, intellettuale precaria che si muove in un attualissimo mondo di intellettuali e creativi precari. Nella sua prima avventura cercava una pellicola maledetta interpretata dall'attrice prematuramente e tragicamente scomparsa Soledad Miranda. Ora Susanna è coinvolta in un intreccio che rivede (rilegge), rivive e reinterpreta il film di Dario Argento Profondo rosso. Un altro libro che racconta, in definitiva, del travolgente innamoramento per la fiction e per i suoi misteri.
Ma attenzione: Astori cita, come tutti noi autori contemporanei, ma non cade nelle trappole della clonazione pretenziosa e del riciclo arido. E' una natural born writer. La vedo immune dal vizio di molti scrittori italiani: volersi troppo come scrittori, appunto. La vedo segnata da un'autenticità che non esclude, ovviamente, duro lavoro e controllo delle strutture, dei linguaggi e messaggi, ma lo trasforma in flusso narrativo dannatamente avvincente per i lettori. Nelle sue pagine si sente il battito del sangue che scorre. Rosso naturale.
Qui di seguito il link di un'intervista a Cristiana Astori su Thriller Magazine:
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